LEGGENDE METROPOLITANE - IL KEFIR 2

Dal Kefir all'alga dei desideri

di Danilo Arona

A partire dalla primavera del '93, si e' diffusa in tutta l'Italia del Nord, con punte a Torino, Milano, Trento e Bolzano, e naturalmente nella nostra (si dice) fredda Alessandria, la moda di bere la cosiddetta "acqua di Kefir".

Diciamo subito che il Kefir, nonostante il nome suggestivo, non e' un'invenzione del folklore: trattasi di un derivato del latte, simile allo yogurt, che ha la consistenza di un liquido denso e cremoso, dal sapore leggermente frizzante e meno acidulo del suo piu' immediato modello di riferimento.
Si ottiene lasciando il latte per ventiquattro ore a contatto con una miscela di batteri lattici e lieviti a temperatura ambiente.
I batteri provocano una fermentazione lattica, con produzione di acido lattico e anidride carbonica, mentre i lieviti (assenti nello yogurt) provocano una fermentazione che produce una piccola quantita' di alcol.
Il kefir e' ricco di vitamine del gruppo B.
Il nome deriva dal turco e vuol dire "benessere".
L'acqua di Kefir pero' finisce nel vasto repertorio delle "storie raccontate dalla citta'", perche' sia la sua ricetta con la descrizione della preparazione casalinga della bevanda sia il materiale gelatinoso, ritenuto il fungo responsabile, che si riproduce aumentando il volume durante la preparazione, vengono diffuse di casa in casa, di famiglia in famiglia, tramite una sorta di catena di Sant'Antonio che non ha il minimo riscontro ne' conforto da parte della stampa specializzata.
Per mesi l'acqua del Kefir e la sua ricetta hanno circolato, veicolate soltanto dal "si dice" di una serie di benefici effetti, quasi una sorta di anacronistica reazione della taumaturgia popolare all'impero della medicina ufficiale.
Al punto da far intervenire pesantemente vari giornali locali, che riportano giudizi perentori ed affrettati con il chiaro scopo di allarmare chi sta usando il Kefir senza il controllo medico.
Dopo una serie di pesanti affermazioni, tendenti a condannare senz'appello la bevanda e a far passare per babbeo chi crede alle sue proprieta' terapeutiche, alcuni medici decidono di analizzare seriamente il prodotto e, pur ridimensionando la sua presunta attivita' curativa, assolvono l'acqua di Kefir, evidenziandone le indiscutibili proprieta' vitaminiche e rinfrescanti e mettendo comunque in guardia l'opinione pubblica da eventuali contaminazioni batteriche della bibita casalinga.
Non ci dilunghiamo ulteriormente sugli aspetti scientifici della storia, qui non pertinenti, quanto sul curiosissimo aspetto di diffusione, analogo alla sotterranea ed inarrestabile trasmissione della "urban legend", quasi un doppio speculare della gia' citata "Catena": ci sembra evidente un aspetto esorcistico di tipo magico che, nell'accompagnare la preparazione della salutare bevanda, funziona da scongiuro preventivo nei confronti della malasorte, spauracchio quant'altri mai quotidianamente temuto.
Laddove la "malasanita'" tradisce vistosamente la sua immagine pubblica, fa capolino "il rimedio" dell'antica cultura popolare.
Per informazione, sulle fotocopie che si trasmettono di famiglia in famiglia, coinvolgendo ormai migliaia di persone, si afferma che l'acqua di Kefir puo' essere utilizzata per: malattie dei nervi, stipsi, ulcere interne, leucemia, catarro bronchiale, foruncoli ed eczemi, qualsiasi sclerosi, infarto, patologie a carico del fegato e della cistifellea, epatite infettiva, malattie dell o stomaco e del fegato, diarrea e asma.
Praticamente, quasi tutto il repertorio delle umane patologie.
E una incerta e tremolante calligrafia c'informa (ed e' vero) che i primi abitanti del Caucaso gia' conoscevano il prodotto ed il Caucaso e' l'unico pos to al mondo dove la gente vive sino a cent'anni in perfetta salute.
Insomma, provare per credere.
Un altro doppio, in fatto a comportamenti e atteggiamenti "magici", della moda del Kefir e' rappresentato dalla coltivazione casalinga della cosiddetta "alga giapponese", oppure, secondo altre fonti, "pianta egiziana"che a partire dal gennaio '94 ha invas o l'intero paese.
L'"alga" - un ammasso gelatinoso di colorito perlaceo o bruniccio e maleodorante -, immessa in un recipiente di cui tende ad assumere la forma, viene nutrita per un certo numero di giorni con una "dieta" a base di the' nero indiano e zucchero, sino a quando - sempre a distanza di una settimana e alla stessa ora - non si divide in tre "figlie", piccole alghe che a loro volta sono pronte per essere consegnate a persone "che vogliano loro bene" per essere sottoposte ad un nuovo ciclo di nutrimento zuccherino.
Se da un lato una sparuta minoranza di salutisti sostiene che la coltivazione casalinga dell'alga in questione e' giustificata solo da motivazioni assai analoghe a quelle del succitato Kefir (ad esempio, in Torino si dice che la moda dell'alga e' diffusa soprattutto fra i Testimoni di Geova a scopo depurativo), dall'altro la maggior parte delle persone accudiscono la pianta esclusivamente per motivi magico/ritualistici: infatti il solito foglietto fotocopiato che le famiglie si passano a livello quasi clandestino, in un'ennesima versione della Catena di Sant'Antonio, informa che ogni desiderio espresso al momento della filiazione dell'alga - anche se irrealizzabile - sara' senz'alcun dubbio esaudito.
E poiche' alla conclusione del ciclo, una cosi' preziosa compagna non puo' certo essere buttata nella pattumiera, occorre farla asciugare dentro un pano bianco e lei "secchera' e diventera' o una foglia o una pietra che sara' fonte di energie cosmiche".
Ma cos'e' realmente quest'alga egiziana? A sentire gli esperti non sarebbe un'alga, ma una densissima colonia di microrganismi eterotrofi composta in particolare da una specie ben nota di batteri, l'Acetobacter xylinum, e di diverse specie di lieviti.
S ia il batterio sia i lieviti si nutrirebbero a spese dello zucchero sciolto nel te', che, pertanto, rappresenta il mezzo di cultura in cui si accrescono.
Una perversa catena, dunque, costruita sulle spalle di un innocua colonia di batteri simile a quella della "madre dell'aceto".
E per comprende la capillarita' con cui a preso a diffondersi l'"alga" basti pensare che in Sicilia, la scorsa primavera, i parroci della diocesi di Catania si convinsero ad invitare dal pulpito i fedeli a disfarsi della pianta senza timori.
Ben oltre si e' spinto il parroco Concetto Di Pietro di Scicli, nel Ragusano, che, allarmato dal frequente ritrovamento delle acquasantiere semivuote, ha denunciato, nel corso di un'omelia, i "poveri superstiziosi che con l'acqua benedetta alimentano in modo blasfemo la cosidetta alga del Nilo".
Un nuovo esempio di come nella metropoli (ma in questo caso anche nella citta' di provincia) siano nascosti spezzoni d'irrazionalita', del tutto paragonabili alle modalita' di diffusione delle leggende contemporanee, di cui tutto sommato abbiamo un forte bisogno.


(Tratto da "Tutte Storie", Notiziario interno del CERAVOLC, n. 7, anno IV, Maggio 1994)
(c) 1994 - CEntro per la RAccolta delle VOci e delle Leggende Contemporanee, Casella postale 53, 15100 Alessandria
RITORNA ALL'INDICE GENERALE