Quante
volte ci siamo sentiti raccontare la storia di un lontano cugino che, avendo
riaccompagnato a casa una ragazza dopo una festa, scopre in seguito che la giovane
era in realtà morta molti anni prima? O la raccapricciante storia del cagnolino
riportato in patria come ricordo di una vacanza esotica, rivelatosi poi un feroce
ratto? O, più recentemente, è vero che un misterioso arabo, per ringraziare
di una gentilezza ricevuta, consigliò una conoscente di un nostro amico di stare
alla larga dalla metropolitana di Milano in una certa data?
E
quante volte ci siamo chiesti che credito dare ai molti avvertimenti che ci
raggiungono, un tempo per passaparola, poi tramite fotocopie di dattiloscritti
sempre più illeggibili, ed oggi per email? È vero che in quasi tutti gli shampoo
è nascosta una pericolosa sostanza cancerogena?
Ancora,
alzi la mano l'automobilista che non ha creduto all’amico che suggeriva di appendere
un CD allo specchietto retrovisore per ‘accecare’ gli autovelox. Si faccia avanti
chi non ha mai iniziato la raccolta dei tappi di plastica o degli scontrini
fiscali per contribuire a donare una carrozzina a un disabile.
Le
chiamano in molti modi: leggende metropolitane, miti moderni, leggende contemporanee.
Le studiano in tanti: psicologi, antropologi, sociologi. Eppure le leggende
urbane restano un fenomeno pieno di misteri. Incerte sono le origini di questi
racconti: Cesare Bermani in Il bambino è servito scrive che molte leggende
non sono che la versione moderna di miti antichissimi. Altrettanto misteriosa
è la funzione di queste narrazioni: a cosa servono dei racconti che viaggiano
col più antico sistema di comunicazione, il passaparola, e che si rivelano regolarmente
falsi?
Ecco
il cuore del problema, il vero mistero: perché si crede alle leggende? Molti
studiosi hanno indagato questo problema e tre sono le ipotesi più accreditate.
La
prima è che in questi racconti l'ascoltatore ritrova idee che già ha: suonano
familiari e quindi plausibili. Così la leggenda della zingara arrestata in un
supermercato mentre cerca di rapire dei bambini nascondendoli sotto la gonna
si trasmette perché è un esempio concreto ed efficace di un pregiudizio e di
una paura già presenti a livello sociale.
In
altri casi, invece, la leggenda serve a dare un significato a eventi nuovi.
Si diffondono così i racconti sulle nuove tecnologie, dalle lampade solari che
bruciano il fegato ai mille virus che minacciano i computer: la leggenda ‘inquadra’
fenomeni nuovi e mette in guardia dai possibili pericoli che rappresentano.
Un
sociologo francese, Jean-Noel Kapferer propone una terza spiegazione, forse
la più inquietante: si crede a chi racconta una leggenda perché tutta la vita
si basa su un meccanismo di fiducia nei confronti degli altri. Il bambino crede
alla madre che gli dice cosa mangiare e cosa no, lo spettatore al telecronista
che commenta la partita e il ragazzo al cugino che racconta le sue avventure.
Un meccanismo semplice e indispensabile al funzionamento di ogni società… fino
alla prossima leggenda urbana.